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Castegnato, Brescia, Italy
Da qualche parte ho letto che chi va in montagna è sempre in cerca di qualcosa … non so se è una regola valida per tutti gli alpinisti, sicuramente lo è per me. Sono Massimiliano Bocchio, nato il 29 maggio del 1980, cresciuto a Calcinato e dal luglio 2012 residente a Castegnato. Mi sono diplomato come geometra nel 1999 al Tartaglia di Brescia, con il massimo dei voti, e ho studiato architettura al Politecnico di Milano, fermandomi a pochi esami dalla Laurea. Ho lavorato in alcuni studi tecnici come geometra e progettista d’interni, ho fatto l’agente di commercio per due anni e ora, dall’ottobre 2010, sono responsabile dell’ufficio tecnico presso un azienda di bagni prefabbricati. Oltre al mio lavoro diurno, c’è dal 1999, un lavoro notturno come dj che amo e che mi permette di coltivare una delle mie passioni ossia la musica. Amo la montagna,l'alpinismo è diventanto parte inscindibile della mia vita. Questo blog nasce dalla voglia di mettere in ordine pensieri, esperienze e sogni.
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mercoledì 4 aprile 2012

Karl Reinhard - Senza compromessi

“Cercavo un esempio, un idolo, qualcuno che mi mostrasse cosa era possibile fare e questi fu Reinhard Karl”. Parole molto forti, il concetto di “idolo” è forse la massima espressione che un essere umano può usare per definire come vede un’altro essere umano, un gradino sotto la divinità o per chi è ateo si tratta proprio del gradino più alto.  Le parole hanno un peso a seconda di chi le dice, no? Questa parole sono state detta da Alexander Huber, questo mi è bastato per farmi comprare qualche mese fa questo libro.
Raramente quando compro un libro e lo leggo subito, ne ho sempre un paio li pronti in giro fra il mio comodino e la mia libreria; Quando ne finisco uno mi faccio guidare dal mio istinto e scelgo il successivo, spesso è una nuova avventura.
Questa volta il mio istinto mi ha portato a scoprire un personaggio eccezionale, uno che da una vita comune, banale, mediocre quindi triste, ha trovato se stesso nell’alpinismo. Storia già vista molte volte, ma sempre affascinate.
Tom Dauer, l’autore del libro, passa “ la palla” ad amici di Reinhard e a Reinhard stesso, tramite i suoi scritti, per far capire il personaggio, l’uomo, il sognatore.
L’approccio di Reinhard all’alpinismo non è accademico, ma pratico, vuole fare una cosa, scalare una parete, raggiungere una cima..semplicemente prova a farlo, insiste, lotta, cerca di capire cosa deve migliorare di se stesso e riparte.
Un approccio sicuramente nuovo per un mondo spesso troppo legato ad un fare accademico dei vari club alpini che, come in tutti i casi, finisce per ingessarsi e allontanarsi dall’approccio più genuino e pratico.
Reinhard non si pone limiti, non si pone tabù, vuole solo scalare, misurare se stesso, vivere costantemente in bilico fra il sogno della cima quando è a valle e il sogno della valle quando è in cima.
Non racconta viaggi idilliaci, non descrive dei sogni, ma degli incubi, fatti di sofferenza, paure, privazioni.
Notti trascorsi in tende da incubo o appeso in parete, momenti interminabili in attesa del bel tempo per attaccare la via, sporcizia, fame, sete, tutte cose che non sono escluse dalle avventure alpinistiche ma che sono vagamente sopportabili per la felicità che si può accarezzare in vetta.
Non ha paura di mostrarsi uomo, nonostante il suo livello tecnico elevatissimo, vive e racconta le cose come lo farebbe un bambino di 5 anni che si è perso nel bosco e poi riabbraccia la madre.
Uno smarrimento però volontario, alla ricerca di se stessi passando da una parete, da una cima, da una sfida.
Non se se vivere “senza compromessi” è la strada giusta, Hermann Hesse però diceper creare il possibile, bisogna sempre tentare l'impossibile", di sicuro Karl Reinhard l’impossibile l’ha tentato molte volte.

venerdì 10 febbraio 2012

Le mie scalate nella Alpi e nel Caucaso. Albert Frederick Mummery

“by fair means” per  Mummery l’unica strada per il vero alpinismo era questa .
“Solo mezzi leali” per affrontare la montagna è un concetto tanto dibattuto sui forum, sulle riviste e anche sui libri d’alpinismo. 
Praticamente da quando leggo di alpinismo torna sempre questo concetto, chi lo porta come valore proprio, chi lo interpreta, chi ne mostra i limiti (?) e chi semplicemente se ne frega .
La scorsa estate ho deciso di prendermi il libro di Mummery per capire cosa voleva dire davvero lui con quelle parole.
L’ho letto a periodi, fra altri libri che avevo in programma di leggere, seguendo un po’ il percorso che fa nella sua narrazione, ogni capitolo un’ascensione (che bello il termine ascensione, da una sfera giustamente mistica a quello che faceva).
Ammetto che il mio atteggiamento iniziale quando ho presto questo libro, era un po’ del tipo “non posso non averlo letto” è un po’ come per Aria sottile…l’hanno letto tutti… devo leggerlo anch’io (ad oggi non l’ho ancora nemmeno acquistato).
Stupidamente pensavo di trovarmi di fronte ad un alpinismo troppo distante da quello “moderno” , ma come dice Caparezza in un suo pezzo “i pregiudizio ti sballa più degli acidi che assumi”.
Cosi come Tazio Nuvolari non è molto distante da Senna, Mummery non è cosi distante da noi; i sistemi di sicurezza, le tecniche di progressione e i materiali sono molto diversi…ma l’emozione di vivere una montagna, di cercare una via, di arrivare in quel punto in cui non è più possibile salire e l’orizzonte si apre a 360°, il sentirsi cosi piccola cosa di fronte all’immensità della natura…queste cose non cambiano.
Mummery fa un po’ il percorso che molti di noi hanno fatto, si è avvicinato alla montagna con amici e poi con dei professionisti,  per poi capire che le era sufficientemente maturo per muoversi in autonomia.
Lui ha smesso di utilizzare le guide alpine nelle sue ascensioni quando però era ritenuto folle farlo (stiamo parlando della fine del ‘800), ha aperto una strada, ha lanciato un messaggio chiaro: la montagna non è una città da visitare attaccati ad una guida turistica, è una città da visitare con il massimo rispetto e umiltà per scoprirla nel suo animo, con una cartina fra le mani che forse non si comprende fino in fondo, con angoli che magari non ci si  aspetta ma con le gambe ben allenate e scarpe comode ai piedi.
Anche nel suo libro si percepisce l’aumento di volume nelle emozioni che vive salendo in autonomia, la via non è più quella addomestica da una guida, ma quella scelta in autonomia sommando istinto, esperienza e inserendo le variabili meteo & fortuna.
Il suo curriculum è ancora invidiabile, le sue prime ascensioni sono davvero impressionanti, descritte con un humor inglese colto, sottile, piacevole.
Mi ha molto colpito anche  l’attualità delle sue parole.
Mummery usa mezzi leali per affrontare la montagna…sa benissimo che con mezzi “non leali” quasi tutto è possibile e anche che molto probabilmente perde di significato; arrivare in vetta ad una montagna sollevandosi su delle staffe fissate a chiodi piantati con un compressore è alpinismo? Molto probabilmente Mummery avrebbe detto di no…e io la penso come lui. L’altro lato della medaglia è che l’uomo dovrebbe essere libero di esprimersi come meglio crede, cosi come spesso si può cogliere dagli scritti di Messner, anche questo in parte è vero…però partendo dal presupposto che lo montagna è un bene di tutti, trapanarla all’impazzata forse non è proprio “corretto corretto” diciamo.
Non voglio certo fare il moralista o il purista, sono il primo che se trova una sosta a spit in parete pensa “tanta roba” però so anche che se un giorno aprirò delle vie non saranno  di sicuro vie da fare in artificiale.
Il nome di Mummery era già apparso molte volte nelle mie letture perché è stato il primo a “sognare” il Nanga Parbat, una montagna di cui tanto ho letto e sognato attraverso Messner e Buhl.
Mummery è andato a piedi del Nanga Parbat nel 1895…ripeto 1895…una cosa già di per se sconvolgente.
Lo studia e cerca una via di salita, organizza i campi alti e tenta più volte ma il meteo non è con lui.
Decide di desistere … ma mentre fa avviare i compagni verso il ritorno si offre di recuperare da solo il campo più alto, ad oltre 6000 m, per poi raggiungere gli altri membri della spedizione mediante un passaggio in quota. Non si riunii più ai suoi amici.
Nel campo alto c’era il cibo, era molto allenato e perfettamente acclimatato, il tempo era buono, mi piace immaginare che da solo ha tentato di arrivare in vetta.
Forse è un finale troppo “romantico” ma siamo pur sempre nel 1895, il romanticismo è lecito e i sogni sono la benzina dell’alpinismo.

Premessa

Da piccolo la mia mamma era molto preoccupata perché leggevo poco, un bel giorno ha chiesto un consiglio al buon Manrico (sono abbastanza vecchio per aver avuto un maestro unico e nel mio caso sono stato molto fortunato) e le suggerì “provi con Topolino”... e in parte funzionò … iniziai a leggere spesso proprio grazie ad un fumetto. Quando gli anni non si potevano più contare su due mani,  un amico che si allenava con me (ho fatto judo per 7 anni) mi passò un Dyland Dog…e da li la lettura saltuaria fu solo un ricordo. Ogni mese ne “tritavo” parecchi…forse perchè da giovane adolescente mi vedevo molto in questo personaggio; anticonformista, poco “alla moda“ in tutti i sensi, introverso, malinconico, che vive fra paure passate, presenti e mostri di ogni natura. Con le superiori e l’università il tempo per leggere ciò che mi andava era sempre meno, ma un ritaglio di tempo per questa “fuga irreale” l’ho sempre trovato.
Il mio fare spesso molto cinico e razionale, in aperto contrasto con il mio lato bambino e sognatore , mi ha sempre fatto leggere solo libri che in qualche modo m’insegnassero qualcosa…qualcuno potrà dire…si ma leggevi anche Dylan Dog…in effetti  è cosi…ma la mia giustificazione  è che serviva per alimentare il mio lato più sognatore.
Quando la montagna è entrata nella mia vita, ha coinvolto anche le mie letture, e come per tutto il resto, ha preso il sopravvento.
Il mio primo libro “di montagna” è stato “Montagne di una vita” di Walter Bonatti.
Un pomeriggio di ottobre, mentre camminavo sotto i portici di piazza delle Erbe a Mantova, decisi di entrare in una libreria.
Era una sensazioni strana, mi trovavo in una città che non ho mai amato davvero, nonostante cinque anni di università, non giravo guardando il mondo con gli occhi di uno studente perennemente incazzato con il mondo e con quel vago senso di superiorità tipico di chi fa l’università, i miei occhi erano cambiati o ero io che ero cambiato? …un cenno di saluto di circostanza verso l’immancabile “quattrocchi” alla cassa e inizio a cercare…non sapevo nemmeno io cosa stavo cercando…sapevo per certo che volevo evitare libri di architettura, una ferità sempre aperta che all’epoca mal sopportavo.
In quella terra di nessuno che spesso si trova nelle librerie fra SPORT e VIAGGI è spesso possibile trovare qualche libro di alpinismo. Io fui subito attratto da una copertina blu…Walter Bonatti?chi cavolo è? Leggo un po’ e vedo K2 , Monte Bianco e Cervino…forse è interessante penso e lo compro.
All’epoca (2007) non sapevo nulla, non mi ero mai legato ad un corda, conoscevo si e no il nome di qualche cima, di qualche rifugio, non avevo la più pallida idea di come si mettessero i ramponi, l’unica cosa che capivo era che quando andavo in montagna stavo bene, trovavo in qualche modo una pace.
L’effetto che fece quel libro su di me fu devastante, non riesco a definirlo diversamente.
Mi aprii un mondo, mi fece capire cosa dovevo cercare in montagna, semplicemente me stesso.
C’è una bellissima frase che ho scritto sul mio casco proprio di Bonatti : “che cosa c’è oltre la montagna se non l’uomo”.
Oltre al primo libro, ho nel cuore un altro testo, E’ BUIO SULO GHIACCIO di Hermann Buhl; Probabilmente in quel giochetto un po’ da bambini che in cui ti viene chiesto di scegliere solo pochi oggetti che vorresti assolutamente portare con te sulla Luna io di due sono sicurissimo, Nevermind dei Nirvana e il libro di Buhl.
Oltre ad essere molto disordinato, ho il brutto vizio di fare e pensare a più cose contemporaneamente, anche nella lettura non mi smentisco; Raramente ho un solo libro sul mio comodino…mediamente ne ho almeno un paio  più qualche rivista (tutto ovviamente monotematico- > alpinismo) e infine, cercando bene, spesso è possibile trovare un libro del genere: ”massi cavoli sforzati di leggere anche qualcosa che non parli di montagna”, è inutile dire che quest’ultimo genere è il più “seppellito” di tutti.
Ho pensato di utilizzare il mio blog anche per scrivere qualche riga sui libri che leggo, in fondo… il passo fra le parole scritte, un sogno e la cima di una montagna è spesso più breve di quello che può sembrare.
Il primo libro di cui parlerò è LE MIE SCALATE  NELLE ALPI E NEL CAUCASO di Albert Frederick Mummery.
Un libro che è entrato di prepotenza nella mia personale book top ten.